L’approvazione del DDL Montagna, avvenuta il 10 settembre 2025, nasce con un obiettivo ambizioso: investire 200 milioni di euro all’anno nel triennio 2025–2027 per sostenere i Comuni montani e gli enti montani, contrastare lo spopolamento e favorire lo sviluppo socio-economico delle aree interne.
Un impianto che, sulla carta, rappresenta una grande occasione. Nella pratica, però, rischia di trasformarsi in un’esclusione pesante proprio per territori come l’Oltrepò Pavese, dove la montagna non è solo una quota altimetrica ma una condizione strutturale di fragilità, storia e identità.

Il nodo centrale è l’impostazione dei nuovi criteri di classificazione: altitudine minima fissata a 600 metri sul livello del mare e parametri rigidi di pendenza. Chi non rientra in queste soglie resta fuori dagli incentivi.
Secondo Legambiente Voghera Oltrepò, questa impostazione penalizza le cosiddette aree interne di mezzo: territori collinari e appenninici abitati, storicamente insediati, ma oggi colpiti da spopolamento, dissesto idrogeologico e progressiva perdita di servizi.

È in questo contesto che si inseriscono le prese di posizione dei sindaci dell’Oltrepò, che chiedono una revisione dei criteri nel decreto attuativo, introducendo indicatori di fragilità territoriale, coerenza con le classificazioni regionali e una visione più aderente alla realtà.

Fortunago, Lanfranchi “Non basta l’altitudine, qui si rischia di perdere storia e futuro”

Il sindaco di Fortunago, Pierachille Lanfranchi, parla senza giri di parole:
il DDL Montagna «poteva essere una buona legge, ma così com’è non raggiunge lo scopo prefissato».

Secondo Lanfranchi, mancano elementi sostanziali per affrontare davvero spopolamento, abbandono e desertificazione sociale, fenomeni che colpiscono anche la media collina dell’Oltrepò Pavese, non solo le aree oltre i 600 metri.
«È vero, siamo in fascia collinare – spiega – ma ridurre tutto all’altitudine è un errore. Servono altri parametri: fragilità, servizi, popolazione, presidio del territorio».

Il sindaco sottolinea come il territorio vada letto nella sua complessità, con un piano strategico complessivo e non con criteri aritmetici. Non a caso Fortunago ha investito negli anni su cultura, identità e qualità della vita, arrivando a superare 50.000 presenze turistiche annue, con circa il 60% dall’estero.
«All’estero – osserva – riconoscono l’unicità dei nostri borghi, dei beni materiali e immateriali. È su questo che una legge nazionale dovrebbe fare leva».

Lanfranchi guarda anche a modelli europei, come quello svizzero del “tutor ambientale”: giovani finanziati, obbligati a risiedere in montagna, che diventano sentinelle ecologiche, recuperano pascoli, malghe e attività tradizionali, costruendo reddito e comunità.
«Senza giovani – conclude – perdiamo storia, cultura e futuro. E una legge che ignora questo rischio non può dirsi davvero per la montagna».

Bagnaria, Franza “Criteri troppo rigidi, così si crea un’ingiustizia normativa”

Sul fronte tecnico-istituzionale interviene Mattia Franza, che analizza nel dettaglio la bozza di DPCM attuativo della legge 131/2025.
Il caso di Bagnaria è emblematico: escluso dall’ambito di applicazione nonostante presenti caratteristiche inequivocabilmente montane.

Il punto critico è il terzo criterio del DPCM, che riconosce come montani i Comuni interclusi da altri Comuni montani solo se con altitudine media pari o superiore ai 300 metri.
Un criterio che Franza definisce eccessivamente rigido e non aderente alla realtà morfologica.

«Bagnaria – spiega – ha il fondo valle già oltre i 300 metri, vaste aree stabilmente sopra i 400 metri e frazioni che raggiungono quote prossime ai 700 metri. Sono dati oggettivi, che descrivono un territorio montano sotto il profilo geomorfologico, ambientale e infrastrutturale».

Ma il nodo più grave è l’incoerenza normativa tra Stato e Regione.
Bagnaria è riconosciuta come Comune montano dalla Regione Lombardia ed è parte integrante di una Comunità Montana, in base a criteri che considerano morfologia, continuità altimetrica, infrastrutture e fragilità ambientali.
«Applicare criteri diversi a livello statale – avverte Franza – significa negare un riconoscimento già esistente e creare una disparità difficilmente giustificabile».

Le conseguenze sono concrete: esclusione da finanziamenti, agevolazioni fiscali, misure di riequilibrio, proprio in territori che affrontano dissesto idrogeologico, costi elevati di manutenzione e spopolamento.
«La montagna – conclude – non è una media matematica. È una condizione reale che deve trovare pieno riconoscimento anche nella norma».

Il ruolo del Distretto del cibo Bioslow dell’Oltrepò Pavese: sviluppo, giovani e comuni al centro

A margine del dibattito interviene anche Paolo Chiaramonti, presidente del Distretto del Cibo Bioslow dell’Oltrepò Pavese, realtà appena nata ma già strategica.

Il Distretto si propone come motore di sviluppo integrato, con competenze che spaziano dalle filiere agroalimentari e turistiche al ripopolamento dei borghi.
«Ci sono aree con un’età media molto alta e molte zone in abbandono – spiega – su queste priorità bisogna intervenire direttamente. E senza giovani non si costruisce nulla».

L’obiettivo è accompagnare i giovani in progetti di vita completi, dalla casa al lavoro, coinvolgendo attivamente i Comuni, che restano attori fondamentali.
«Le amministrazioni locali – sottolinea – custodiscono un patrimonio inespresso che va recuperato e messo a sistema».

Oltrepò Pavese; una sfida che riguarda identità e futuro

Il DDL Montagna incrocia una questione più profonda: che idea di montagna vuole l’Italia.
Nell’Oltrepò Pavese, le aree interne non sono vuoti geografici, ma territori vissuti, fragili, stratificati, che hanno rappresentato confine, identità e presidio umano.

Escluderli significa rischiare di accentuare spopolamento e abbandono, proprio mentre si parla di sostenibilità, resilienza e sviluppo locale.
Integrare indicatori di fragilità territoriale, garantire coerenza tra Stato e Regioni, riconoscere il valore della media collina non è una concessione: è una scelta strategica.

Trasformare finalmente queste montagne in un motore di sviluppo sostenibile significherebbe chiudere un lungo capitolo di tentativi e fallimenti, aprendo davvero una stagione nuova per l’Oltrepò Pavese.