Quando si pensa ai prodotti dell’Oltrepò Pavese, vengono subito in mente vino, salame, formaggi e funghi. Molto più difficile immaginare un campo di carciofi sulle prime colline oltrepadane.

Eppure a Mondondone, frazione di Codevilla, sopravvive una particolare varietà locale che racconta una storia antica e quasi dimenticata: il carciofo tardivo dell’Oltrepò Pavese, chiamato localmente anche Articiòc.

È un carciofo verde chiaro, senza spine e capace di resistere alle basse temperature. E soprattutto non è una moda recente: la coltivazione del carciofo nel territorio pavese è documentata da diversi secoli.

Il carciofo di Mondondone, una rarità sulle colline dell’Oltrepò

Il carciofo di Mondondone presenta caratteristiche piuttosto particolari.

Secondo l’Atlante regionale dedicato alla biodiversità agricola lombarda, si tratta di un carciofo non spinoso, di colore verde chiaro e a maturazione tardiva. Il capolino centrale raggiunge generalmente una lunghezza di circa 7-10 centimetri e la raccolta avviene soprattutto tra fine aprile e maggio, talvolta proseguendo fino a giugno a seconda dell’annata.

È quindi più tardivo rispetto a molte delle varietà provenienti dalla Sardegna o dall’Italia centrale che siamo abituati a vedere sui banchi dei mercati.

Ma la caratteristica probabilmente più sorprendente è la sua capacità di adattarsi al clima dell’Oltrepò.

Le testimonianze raccolte da Regione Lombardia descrivono infatti una pianta resistente alle malattie e alle basse temperature. Persino il grande gelo del 1985, quando nella zona si raggiunsero temperature intorno ai -20 °C, viene ricordato come un evento eccezionale in grado di metterla realmente in difficoltà.

Una storia che nell’Oltrepò risale almeno al Settecento

La presenza del carciofo nel territorio pavese è molto più antica di quanto si potrebbe immaginare.

L’Atlante di Regione Lombardia riporta documenti risalenti già al XVI secolo: nel “Registro delle spese di Bernardo Sacco”, relativo agli anni 1568-1577, vengono citati dei “carciofi nostrani”.

Per l’Oltrepò Pavese esiste poi una testimonianza ancora più specifica.

Un documento del 1764, relativo ai beni della Veneranda Congregazione dei Padri Barnabiti di Milano, testimonia infatti la coltivazione del carciofo proprio nella zona di Codevilla.

Significa che questa presenza agricola sulle colline oltrepadane ha almeno diversi secoli di storia.

Quando i carciofi di Mondondone venivano venduti a Voghera

La parte forse più curiosa arriva però dal Novecento.

Fino alla metà degli anni Settanta, il carciofo di Mondondone non veniva coltivato soltanto negli orti familiari.

La produzione aveva anche una piccola dimensione commerciale: i carciofi venivano venduti direttamente, distribuiti attraverso negozi di primizie e portati anche sulla piazza di Voghera. Una parte della produzione passava inoltre attraverso grossisti e mediatori.

Poi qualcosa cambiò.

L’arrivo sui mercati di quantità sempre maggiori di carciofi provenienti dalle regioni italiane con produzioni più precoci e anche dall’estero rese progressivamente meno competitiva questa piccola produzione locale.

La coltivazione commerciale diminuì fino a diventare marginale.

E un prodotto che per generazioni aveva fatto parte dell’agricoltura della zona rischiò così di essere dimenticato.

Non esiste un solo carciofo dell’Oltrepò

C’è un altro dettaglio particolarmente interessante.

Le ricerche sulla biodiversità agricola hanno individuato nell’Oltrepò Pavese cinque differenti tipologie locali di carciofo, distribuite principalmente nelle zone di Codevilla, Oliva Gessi e Rovescala.

A Oliva Gessi, per esempio, è stata documentata una tipologia con gemma più tondeggiante, dal diametro di circa 10-12 centimetri, differente nella forma da quella conservata a Mondondone.

L’Atlante regionale indica inoltre la provincia di Pavia come l’unica provincia lombarda di produzione di questa varietà locale.

Un piccolo patrimonio di biodiversità nascosto in un territorio molto più conosciuto per la vite che per i carciofi.

Il carciofo di Mondondone potrebbe essere il “Bianco di Lombardia”?

La storia, però, non appartiene soltanto al passato.

Nel 2024 anche l’Università di Pavia è tornata a occuparsi del carciofo di Mondondone.

Il professor Graziano Rossi, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Pavia, ha spiegato che sono in corso studi sulla varietà locale. Una delle ipotesi è che possa corrispondere al cosiddetto carciofo bianco di Lombardia, caratterizzato proprio dal colore verde chiaro e dall’assenza di spine.

Al momento, però, è corretto parlare di un’ipotesi da verificare scientificamente e non di un’identificazione definitiva.

La stessa Università ha inoltre inserito il carciofo tra le colture da studiare nell’ambito di progetti dedicati al rilancio dell’agricoltura oltrepadana e all’adattamento ai cambiamenti climatici.

Come si mangiava il carciofo dell’Oltrepò

Anche in cucina esisteva una piccola tradizione locale.

I carciofi venivano utilizzati nei risotti, oppure cucinati trifolati e serviti come accompagnamento alle carni ovine consumate nel periodo pasquale.

A Montù Beccaria, invece, le fonti ricordano una preparazione ancora diversa: una torta salata a base di carciofi.

Un elemento della cucina contadina che oggi è molto meno conosciuto rispetto alle grandi specialità gastronomiche dell’Oltrepò.

Un piccolo patrimonio dell’Oltrepò da riscoprire

La storia del carciofo di Mondondone racconta qualcosa di interessante anche sull’Oltrepò Pavese.

Dietro il paesaggio dominato dai vigneti esiste infatti un patrimonio agricolo molto più vario, fatto di colture locali che per secoli sono sopravvissute grazie alle famiglie del territorio.

Alcune sono scomparse. Altre sono rimaste confinate in pochi orti.

Il carciofo tardivo dell’Oltrepò è riuscito invece ad arrivare fino a noi.

E forse la cosa più sorprendente è proprio questa: sulle colline di Codevilla, dove quasi tutti si aspetterebbero di trovare soltanto filari di vite, continua a crescere un carciofo che affonda le proprie radici nella storia agricola dell’Oltrepò.