Nel 1884 i vitigni autoctoni Oltrepò Pavese erano 225. Oggi ne restano poco più di dieci. Quanto di quel patrimonio si può ancora vedere, toccare e assaggiare?
I vitigni autoctoni Oltrepò Pavese formavano, poco più di un secolo fa, un universo assai più affollato di quello attuale. Chi percorre oggi le colline tra Casteggio e Santa Maria della Versa incontra infatti sempre le stesse etichette. Il censimento vitigni 1884 ne registrò invece 225. La storia di questa scomparsa unisce un insetto arrivato dall'America, alcune scelte economiche e, per fortuna, un recupero ancora in corso. Vale la pena seguirlo fino in fondo.
Censimento vitigni 1884: i 225 vitigni autoctoni Oltrepò Pavese
Il dato proviene dal censimento viticolo ministeriale curato da A. Giuglietti. Le colline ospitavano allora circa 120 varietà a bacca rossa e altrettante a bacca bianca. I vitigni autoctoni Oltrepò Pavese componevano quindi un mosaico oggi difficile da immaginare. Tra i rossi, la Moradella si coltivava in 62 comuni, l'Ughetta di Canneto in 37, la Croatina in 28 e il Vermiglio in 25. Tra i bianchi dominavano invece Malvasia, Trebbiano e Moscato. Curiosamente, il censimento vitigni 1884 collocava il Barbera oltre la decima posizione.
Perché nacque una simile ricchezza ampelografica
La spiegazione affonda nel Medioevo. Dopo le invasioni barbariche la vite sopravvisse soprattutto nei monasteri e, per l'Oltrepò, il riferimento fu Bobbio, fondato nel 614. Le sue curtes ridiffusero la coltivazione da Romagnese a Santa Maria della Versa. Il territorio, inoltre, si frammentò in molte enclave: ogni comunità selezionò così le proprie viti. I vitigni storici oltrepadani si moltiplicarono di conseguenza, adattandosi a suoli e altitudini diversissimi. Non a caso diversi nomi richiamano ancora oggi un paese preciso.
Fillossera e viticoltura oltrepadana: il crollo della biodiversità
Alla fine dell'Ottocento arrivò dall'America la fillossera, un insetto letale per la vite europea. L'incontro tra fillossera e viticoltura oltrepadana impose il reimpianto integrale dei vigneti su portinnesto americano, immune all'attacco. L'operazione risultò però costosa e inevitabilmente selettiva: si ripiantò soltanto ciò che rendeva. La biodiversità viticola Oltrepò Pavese, perciò, iniziò a ridursi in modo drastico. Anche i disciplinari DOC e i finanziamenti europei del Novecento premiarono poi le uve più diffuse. Molti vitigni autoctoni Oltrepò Pavese divennero dunque "minori" e finirono progressivamente abbandonati.
Croatina e Pinot Nero, i due sopravvissuti
Un solo vitigno figura tra i più coltivati sia allora sia oggi: la Croatina, base della Bonarda dell'Oltrepò Pavese, con circa 4.000 ettari. Il Pinot Nero compariva invece già nel 1884, in quattro comuni d'altura. La sua fortuna partì da Rocca de' Giorgi, in Valle Scuropasso, per iniziativa della famiglia Giorgi di Vistarino. Tra le varietà minori e quelle di successo internazionale si aprì perciò un divario mai più colmato, come mostra anche la storia del Barbera dell'Oltrepò Pavese.
I vitigni autoctoni Oltrepò Pavese recuperati: vitigni rari Moradella e Verdea
Il salvataggio è arrivato davvero all'ultimo momento. Grazie a quarant'anni di ricerca sostenuta da Stato e Regione Lombardia, con Università Statale e Cattolica di Milano, i vitigni rari Moradella e Verdea sono stati identificati e iscritti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. La Moradella, registrata nel 2006, presenta due biotipi distinti per peso del grappolo e matura dopo la Croatina. Accanto figurano Mornasca e Croà: insieme rappresentano oggi le uniche rarità sottratte all'estinzione.
Ughetta di Canneto e Uva Rara, le minori che resistono
Nella Pomona Italiana, redatta tra il 1817 e il 1839, Gallesio descrive l'Uvetta di Caneto come varietà dell'Oltrepò che prese il nome dall'attuale Canneto Pavese. Regala vini dai sentori di pepe e pepe verde e resta protagonista del Buttafuoco, insieme a Croatina, Barbera e Uva Rara. Questi vitigni autoctoni Oltrepò Pavese sopravvivono perciò dentro i vini più identitari del territorio, come racconta la nostra guida ai grandi vini dell'Oltrepò Pavese.
Dove vedere oggi i vitigni autoctoni Oltrepò Pavese
Le collezioni ampelografiche di Riccagioia a Torrazza Coste e l'azienda Montelio a Codevilla conservano le mappature più complete. Altre viti storiche resistono a Montù Beccaria e nelle aziende del Buttafuoco Storico. Il progetto Oltrepò Biodiverso ha inoltre avviato vigneti-collezione tra Menconico, Santa Margherita Staffora, Golferenzo e Rocca de' Giorgi. A Montecalvo Versiggia meritano una sosta il Museo del Cavatappi e il Centro di documentazione sul Pinot Nero. Nel 1987, non a caso, l'OIV assegnò a Santa Maria della Versa, Broni e Canneto Pavese il titolo di Ville Internationale de la Vigne et du Vin.
Cercare i vitigni autoctoni Oltrepò Pavese significa quindi leggere il paesaggio in modo diverso. Dietro ogni filare si intuisce una selezione lunga mille anni e una perdita altrettanto rapida. Per costruire un itinerario tra le valli più vocate, parti dai percorsi enoturistici tra Valle Versa e Scuropasso oppure dal cuore storico della viticoltura locale, Casteggio e le sue colline.
I vitigni dell'Oltrepò Pavese: ieri e oggi
| Vitigno | Situazione attuale | Dove incontrarlo |
|---|---|---|
| Croatina | Il più coltivato, circa 4.000 ettari | Bonarda e Buttafuoco, tutto l'areale |
| Pinot Nero | Simbolo del Metodo Classico | Valle Scuropasso e Valle Versa |
| Moradella | Recuperata, registrata nel 2006 | Riccagioia, Montelio, Montù Beccaria |
| Ughetta di Canneto | Varietà minore ancora viva | Buttafuoco Storico, Canneto Pavese |
| Mornasca, Croà, Verdea | Salvate dall'estinzione | Vigneti-collezione Oltrepò Biodiverso |