L’ultimo grappolo è stato raccolto. Le cassette hanno lasciato i filari e l’attenzione si è spostata in cantina, dove comincia un’altra parte della storia. Guardando le vigne dell’Oltrepò Pavese in autunno, si potrebbe pensare che il loro compito sia concluso.
Eppure, una foglia ancora verde sta lavorando. Una gemma contiene già strutture che parteciperanno alla crescita della prossima stagione. E il terreno tra due filari, con l’arrivo delle piogge, diventa uno dei punti da osservare con maggiore attenzione.
Dopo la vendemmia, in vigna si prepara una parte della prossima annata. Succede attraverso processi poco appariscenti e decisioni che dipendono dal singolo appezzamento: conservare la funzionalità delle foglie, controllare come scorre l’acqua, valutare lo stato delle piante e programmare la potatura.
È il periodo meno fotografato del calendario del vino. Ma aiuta a capire quanto lavoro ci sia dietro un paesaggio che sembra fermo.
Le foglie rimaste sulla vite hanno ancora un compito
Una volta raccolta l’uva, perché dovrebbe essere importante che la vite conservi foglie sane?
La risposta riguarda ciò che la pianta mette da parte. Finché restano verdi e funzionali, e le condizioni lo consentono, le foglie continuano a svolgere la fotosintesi. Una parte dei carboidrati prodotti viene accumulata nelle strutture permanenti della vite, comprese radici e tronco.
Sono riserve che contribuiranno alla ripresa vegetativa della primavera successiva, quando i nuovi germogli non avranno ancora una superficie fogliare sufficiente a sostenersi pienamente. Il periodo tra raccolta e caduta delle foglie ha quindi un ruolo preciso nel ciclo della pianta. Lo spiega anche la guida alla gestione autunnale della vite della Rutgers University.
La durata di questa fase cambia con la varietà, il momento della raccolta, lo stato sanitario e il meteo. Una vendemmia precoce e una più tardiva possono lasciare alla pianta finestre di tempo differenti prima dell’arrivo del freddo.
Per chi attraversa le colline, il cambiamento più evidente è il colore. Per chi coltiva, conta anche per quanto tempo quelle foglie sono riuscite a funzionare.
Nelle gemme c’è già una parte del futuro raccolto
La prossima vendemmia non comincia da zero in primavera.
Il ciclo della vite attraversa più stagioni: nelle gemme che rimangono sulla pianta si sono già avviati processi di sviluppo che contribuiranno alla vegetazione e alla fruttificazione dell’anno successivo. Alla ripresa primaverile, quel percorso proseguirà.
Questo non significa che il raccolto sia già deciso. Gelate, condizioni durante la fioritura, disponibilità d’acqua, salute della pianta e gestione del vigneto potranno ancora modificarne profondamente l’esito.
Significa, però, che un’annata lascia un’eredità a quella successiva. La vite è una pianta perenne: conserva legno, riserve e gli effetti delle condizioni che ha attraversato. Il suo ciclo annuale è descritto nella pubblicazione sulla fenologia della vite della New Mexico State University.
Anche per questo, giudicare il lavoro del viticoltore soltanto nei giorni della raccolta offre un’immagine incompleta.
Dopo le piogge, bisogna guardare anche sotto i filari
In un vigneto collinare, l’acqua può raccontare molto.
Si infiltra nel terreno oppure scorre in superficie? Lascia piccoli solchi? Si concentra lungo il passaggio delle ruote? Trascina terra verso il fondo dell’appezzamento?
Con le piogge autunnali, queste domande diventano concrete. La protezione del suolo dall’erosione è uno dei motivi per cui si gestisce una copertura vegetale tra i filari. Erbe spontanee o specie seminate possono contribuire a ridurre il movimento della terra e a migliorare alcune caratteristiche del suolo.
Le scelte, però, dipendono da pendenza, disponibilità idrica, tipo di terreno e vigoria delle viti. La vegetazione può anche competere con la coltura per acqua e nutrienti: serve una gestione adatta al luogo, come evidenzia Virginia Tech nelle indicazioni sulla gestione del suolo del vigneto.
C’è poi il passaggio dei mezzi. Entrare su un terreno troppo bagnato può favorire il compattamento, riducendo gli spazi attraverso cui circolano acqua e aria. Talvolta, aspettare che il suolo torni in condizioni adatte è già una scelta di lavoro.
Osservare una vigna in autunno significa quindi abbassare lo sguardo: ciò che accade tra i filari conta quanto ciò che resta sui tralci.
Perché la potatura non segue una data uguale per tutti
Quando i filari si spogliano, viene spontaneo immaginare che sia subito il momento di prendere le forbici.
In realtà, la potatura invernale si programma durante il riposo vegetativo, considerando il clima, la varietà, il sistema di allevamento, le condizioni delle piante e l’organizzazione aziendale. Non esiste un giorno valido per tutti i vigneti dell’Oltrepò Pavese.
Potare significa scegliere quale legno conservare e quante gemme lasciare. Sono decisioni che influenzano la crescita e il potenziale produttivo della stagione successiva. La University of Minnesota descrive la potatura di riposo come uno dei primi strumenti per gestire lo sviluppo futuro della chioma.
Il gesto può sembrare ripetitivo a chi guarda da lontano. Da vicino, ogni pianta pone una domanda diversa: quanto è cresciuta? Quali tralci sono ben posizionati? Quale struttura conviene mantenere?
La velocità delle forbici arriva dopo la capacità di leggere la vite.
Non tutte le vigne dell’Oltrepò arrivano all’inverno nello stesso modo
Pinot nero, Croatina, Barbera e Riesling appartengono alla varietà viticola dell’Oltrepò Pavese. Già questa presenza di uve differenti invita a diffidare di un calendario troppo rigido: la Regione Lombardia dedica ai vitigni oltrepadani una panoramica specifica.
Alla varietà si aggiungono esposizione, altitudine, suolo, età delle piante e andamento stagionale. Due appezzamenti vicini possono richiedere attenzioni diverse.
Per questo, dire “a novembre si fa questo” è spesso una semplificazione. Più utile è chiedersi che cosa stia succedendo in quel vigneto e perché il produttore abbia scelto di intervenire, oppure di aspettare.
È anche qui che emerge la conoscenza di chi lavora ogni anno sugli stessi terreni: riconoscere le differenze dentro un paesaggio che, dalla strada, sembra uniforme.
Tre dettagli da osservare nelle vigne d’autunno
Per accorgersi di questa fase del lavoro basta cambiare le domande con cui si guarda il paesaggio, restando sulle strade e sui percorsi accessibili al pubblico.
Le foglie. Sono ancora verdi o stanno cadendo? Il cambiamento è uniforme oppure alcune zone si distinguono? Il colore, da solo, non permette diagnosi, ma rende visibili differenze che meritano attenzione.
Il terreno. Tra i filari c’è vegetazione? Si vedono tracce di ruscellamento dopo una pioggia? Come cambia il suolo lungo la pendenza?
La struttura delle piante. Quando le foglie scompaiono, diventano più leggibili tronchi, sostegni e tralci. Si riconosce meglio il lavoro con cui la vite viene accompagnata nella crescita.
Una passeggiata autunnale può così diventare qualcosa di più di una ricerca del punto panoramico.
Il vino continua anche quando l’uva non c’è più
La vendemmia ha un inizio, giornate intense e un ultimo carico che parte. Il periodo successivo ha confini meno evidenti.
Ci sono foglie che continuano a produrre riserve, terreni da proteggere e decisioni da rimandare al momento giusto. Ci sono piante da osservare prima di scegliere come potarle.
Sulle colline dell’Oltrepò Pavese, i filari senza grappoli mostrano questa parte del lavoro. Per riconoscerla, la prossima volta che incontriamo un viticoltore possiamo partire da una domanda diversa da “com’è andata la vendemmia?”.
“Adesso, che cosa stai guardando in vigna?”