Nell’Alta Valle Staffora, tra i paesaggi montani dell’Oltrepò Pavese, si nasconde un patrimonio poco conosciuto che racconta secoli di vita contadina. Sono le antiche cantine di Cegni, piccole costruzioni in pietra nate per custodire il vino e i prodotti della terra, testimonianze di un passato in cui anche i versanti più difficili venivano coltivati e valorizzati.

Qui, a centinaia di metri di altitudine, la viticoltura aveva trovato uno spazio particolare, dando origine a una tradizione che oggi sopravvive soprattutto attraverso l’architettura rurale e la memoria degli abitanti. Un piccolo tesoro dell’Appennino lombardo, capace di raccontare un volto meno conosciuto della storia vinicola dell’Oltrepò Pavese.

Le 36 cantine di Cegni: una storia nascosta tra le montagne

Nel territorio di Cegni, frazione di Santa Margherita di Staffora, si trova un interessante nucleo di antiche costruzioni rurali. Un censimento effettuato nel 1997 dallo studioso Nicola Carlo Parisi documentò 36 cantine nell’area tra Cegni e Fego, testimonianza di un sistema agricolo un tempo profondamente legato alla coltivazione della vite.

Le cantine si distribuiscono sui pendii della Valle Staffora, dove un tempo erano affiancate da piccoli appezzamenti coltivati a vigneto. Non grandi aziende vinicole, ma minuscole realtà familiari, nelle quali la produzione del vino si intrecciava con le necessità quotidiane.

Alcuni vigneti, con il passare degli anni, si sono progressivamente ridotti, lasciando talvolta soltanto pochi filari. Le costruzioni rimangono però una testimonianza preziosa di come le comunità montane riuscissero a utilizzare anche i terreni più impegnativi.

Piccole costruzioni in pietra nate per conservare i prodotti della terra

La particolarità delle cantine di Cegni non riguarda soltanto la loro storia, ma anche il modo in cui furono costruite.

Le loro origini vengono ricondotte alla fine del Settecento e all’inizio dell’Ottocento, quando questi edifici venivano utilizzati come spazi di servizio per le attività agricole.

Realizzate prevalentemente con pietra locale e in parte inserite nel terreno, sfruttavano le caratteristiche naturali dell’ambiente per mantenere condizioni favorevoli alla conservazione degli alimenti.

All’interno trovavano posto botti per il vino, ma anche salumi, formaggi, patate e altri prodotti destinati al consumo familiare. Le robuste murature e il parziale interramento contribuivano a mantenere una temperatura relativamente stabile durante l’anno, senza necessità di sistemi artificiali.

Si trattava di soluzioni semplici, nate dall’esperienza delle generazioni contadine e dalla conoscenza dei materiali disponibili sul territorio.

Il vitigno Croà e l’antica tradizione del vino di montagna

Uno degli aspetti più curiosi di questa storia riguarda il legame tra le cantine e un antico vitigno locale: il Croà.

Coltivato anche nell’Alta Valle Staffora, rappresentava una delle varietà utilizzate nella produzione vinicola tradizionale della zona. Si caratterizzava per produzioni abbondanti e maturazione tardiva, peculiarità che rendevano particolarmente impegnativa la sua coltivazione alle quote più elevate.

L’uva veniva vinificata artigianalmente e talvolta unita a piccole quantità di altre varietà, come Barbera e Dolcetto.

Più che una produzione destinata al commercio, il vino di queste piccole cantine era legato soprattutto alla vita familiare e alla tradizione locale. Un esempio di come la viticoltura dell’Oltrepò Pavese, oggi conosciuta soprattutto per le sue colline, abbia avuto in passato espressioni anche nelle aree montane.

Un patrimonio rurale che racconta la vita di un tempo

Le cantine non erano soltanto luoghi di lavoro e conservazione. Rappresentavano anche spazi di incontro, dove le attività agricole diventavano occasioni di collaborazione e convivialità.

La lavorazione dell’uva, la preparazione dei prodotti alimentari e i momenti trascorsi insieme facevano parte della quotidianità delle comunità dell’Alta Valle Staffora.

Oggi questi edifici assumono un valore che va oltre la loro funzione originaria. Raccontano un’economia fatta di piccoli appezzamenti, lavoro familiare e utilizzo attento delle risorse disponibili.

La loro conservazione contribuisce a mantenere viva la memoria di un mondo rurale che ha lasciato tracce importanti nel paesaggio dell’Appennino lombardo.

Le cantine di Cegni oggi: un piccolo tesoro da riscoprire

Le antiche cantine rappresentano oggi una delle testimonianze più particolari del patrimonio storico e culturale dell’Alta Valle Staffora.

Il loro valore non risiede nella monumentalità, ma nella capacità di raccontare la vita quotidiana delle generazioni passate. Piccoli edifici in pietra, vigneti e paesaggi montani compongono un insieme strettamente legato all’identità di questo territorio.

Chi raggiunge Cegni può cogliere l’occasione per conoscere un angolo meno frequentato dell’Oltrepò Pavese e approfondire la storia di queste costruzioni. È bene ricordare, tuttavia, che le cantine non costituiscono necessariamente un percorso turistico attrezzato e che l’accesso agli edifici può essere privato o non consentito.

In autunno, quando i boschi dell’Alta Valle Staffora cambiano colore e il paesaggio assume tonalità più calde, questa storia acquista un fascino particolare: quello di un territorio in cui la natura e le tradizioni agricole sono ancora profondamente intrecciate.

Le cantine di Cegni ci ricordano che il patrimonio dell’Oltrepò Pavese non si trova soltanto nei castelli, nei borghi e nei grandi vigneti, ma anche nelle piccole architetture rurali che custodiscono la memoria delle comunità locali.