Basta percorrere pochi chilometri tra le colline dell’Oltrepò Pavese per accorgersi di qualcosa di curioso. Un castello compare sopra un paese, una torre domina una valle, una rocca occupa la sommità di un colle. Poi la strada gira e, poco più avanti, ne appare un altro. Cigognola, Montalto Pavese, Pietra de’ Giorgi, Montesegale, Zavattarello, Oramala e molti altri luoghi raccontano ancora oggi questa presenza quasi continua di fortificazioni.

Ma perché proprio qui sono sorti così tanti castelli dell’Oltrepò Pavese?

La risposta non sta in una singola famiglia o in una particolare passione medievale per le fortezze. Bisogna guardare una carta geografica e immaginare questo territorio parecchi secoli fa. Quello che oggi attraversiamo per raggiungere cantine, borghi e colline era allora una terra strategica: un corridoio tra la pianura padana e l’Appennino, attraversato da vallate che conducevano verso il versante ligure e conteso tra città e poteri differenti. Il castello era uno degli strumenti con cui quel territorio veniva controllato.

Per capire i castelli dell’Oltrepò bisogna prima guardare dove si trova

L’Oltrepò occupa una posizione particolare già nel suo stesso nome: è la porzione di territorio posta oltre il Po rispetto a Pavia, proiettata verso le prime colline e poi verso l’Appennino.

Voghera stessa si è sviluppata allo sbocco della valle Staffora, in un punto nel quale convergevano le vie provenienti dalla pianura prima di proseguire verso i passi appenninici e il versante ligure. È una caratteristica geografica ricordata anche dall’Enciclopedia Treccani.

Nel Medioevo questa posizione aveva un’importanza ancora maggiore. Le strade non erano semplicemente vie per spostarsi: significavano commercio, uomini, merci, riscossione di diritti e possibilità di muovere eserciti.

Controllare una valle voleva quindi dire controllare ciò che vi transitava.

E per controllare una valle il punto migliore era spesso esattamente quello sul quale oggi vediamo un castello: un’altura capace di dominare visivamente il territorio circostante.

Non è un caso, per esempio, che il castello di Cigognola sia sorto in una posizione considerata strategica, né che quello di Castana occupasse un’altura dominante sulla valle. A Pietra de’ Giorgi il castello si trova ancora sulla sommità della collina e le fonti locali ne sottolineano espressamente la funzione strategica.

Il panorama che oggi cerchiamo per fare una fotografia, nel Medioevo aveva tutt’altra funzione: vedere prima significava difendersi prima.

Il 1164: l’anno che aiuta a capire l’Oltrepò medievale

C’è poi una data fondamentale per comprendere perché la storia dell’Oltrepò Pavese e dei suoi castelli sia così legata a Pavia: 1164.

In quell’anno Federico I Barbarossa riconobbe alla città di Pavia diritti su numerose località poste a sud del Po. Le fonti territoriali indicano proprio questo passaggio come uno degli eventi decisivi nella formazione storica dell’Oltrepò pavese.

Ma questo non significa immaginare che da quel momento l’intero territorio sia diventato improvvisamente uniforme e pacificato.

Accadeva quasi il contrario.

L’espansione dell’influenza pavese verso sud si inseriva in un’area dove agivano interessi diversi e dove Pavia doveva confrontarsi anche con altre città, in particolare Tortona e Piacenza. Il territorio era composto da feudi, signorie e possessi che nel corso dei secoli cambiarono più volte padrone.

Ed è proprio in questo mosaico politico che i castelli acquistano un altro significato.

Non erano solamente rifugi in caso di guerra. Erano segni fisici del potere sul territorio.

Malaspina, Beccaria, Dal Verme: l’Oltrepò era un mosaico di poteri

Percorrendo oggi l’Oltrepò incontriamo continuamente gli stessi grandi nomi della storia locale.

I Malaspina sono profondamente legati soprattutto all’area appenninica e alle valli meridionali. I Beccaria, potente famiglia pavese, possedettero e controllarono diversi centri dell’Oltrepò. A questi si aggiunsero, in epoche differenti, famiglie come i Dal Verme, i Belcredi, i Sannazzaro e altre casate locali.

Non si tratta di nomi aggiunti a posteriori alla storia dei castelli: i passaggi di proprietà raccontano materialmente quanto fosse mobile e frammentato il potere.

Fortunago, per esempio, passò nel corso della sua storia medievale e moderna attraverso i Malaspina e i Dal Verme; il Comune conserva ancora oggi resti dell’antico castello e delle mura.

A Pietra de’ Giorgi la storia è ancora più emblematica. Il castello, considerato tra i più antichi della zona, appartenne ai Sannazzaro e fu coinvolto nelle lotte tra fazioni e famiglie: nel 1402 venne distrutto dai Beccaria, nemici dei Sannazzaro, per poi essere ricostruito durante il dominio degli stessi Beccaria.

Quello che oggi può sembrare un tranquillo paesaggio di colline era quindi attraversato da confini politici molto più fitti di quelli che conosciamo oggi.

E ogni rocca poteva rappresentare il controllo di uno di questi piccoli pezzi di territorio.

Un castello poteva controllare molto più di un paese

Qui sta probabilmente l’aspetto più affascinante.

Quando guardiamo un castello dell’Oltrepò tendiamo a collegarlo al borgo che si trova sotto le sue mura. Nel Medioevo il suo raggio d’azione era però molto più ampio.

Da una posizione elevata si potevano sorvegliare una strada, l’accesso a una valle, i terreni circostanti e i movimenti provenienti da altri domini.

Per questo la collocazione delle fortificazioni non è casuale.

Il castello di Montesegale, per esempio, sorge sull’altura che domina la valle dell’Ardivestra e la storia del suo feudo attraversò diversi poteri medievali. La Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese ricorda inoltre come numerosi centri del territorio fossero organizzati in feudi distinti: Montesegale, Montalto, Torre del Monte e altri ancora seguivano vicende differenti.

Persino l’assenza di una fortificazione può raccontare qualcosa. La storia locale di Montescano sottolinea espressamente che il paese, non disponendo di un castello o di altre fortificazioni, rimase sostanzialmente fuori dalle principali vicende guerresche medievali e seguì le sorti del più importante feudo di Broni.

È un dettaglio quasi perfetto per comprendere il fenomeno al contrario: avere un castello significava entrare nella geografia del potere.

Le colline erano una gigantesca rete di punti di controllo

Proviamo allora a guardare il paesaggio dell’Oltrepò con occhi diversi.

Immaginiamo di togliere strade asfaltate, automobili, illuminazione e telecomunicazioni.

Restano le valli.

Restano i crinali.

Restano i corsi d’acqua.

Restano poche vie realmente praticabili per spostarsi da un territorio all’altro.

Su molte delle alture più favorevoli compare una fortificazione.

A quel punto la grande quantità di castelli dell’Oltrepò Pavese smette di sembrare una coincidenza. Il territorio stesso favoriva la creazione di una rete di presidi: alcuni grandi e potenti, altri molto più piccoli, alcuni trasformati nei secoli in residenze signorili, altri ridotti a torri, ruderi o semplici tracce nelle murature dei borghi.

Le loro storie sono differenti, ma seguono spesso la stessa logica geografica.

Essere in alto. Vedere. Controllare. Difendere.

Poi la guerra finì, ma i castelli rimasero

Con il passare dei secoli il sistema politico che aveva prodotto queste fortificazioni cambiò radicalmente.

Molti castelli persero progressivamente la loro funzione militare. Alcuni furono distrutti durante guerre e scontri; altri vennero ricostruiti. Altri ancora furono trasformati in palazzi e residenze signorili.

A Castana, per esempio, dell’antico complesso fortificato rimane relativamente poco perché il castello fu in larga parte ricostruito nel Settecento e trasformato in dimora signorile. Anche il castello di Oliva Gessi fu profondamente modificato a partire dal Seicento per diventare una grande residenza.

È anche per questo che parlare oggi di “castelli dell’Oltrepò” significa mettere insieme edifici molto diversi: rocche ancora immediatamente riconoscibili, torri, complessi trasformati, resti di mura e luoghi nei quali dell’antica fortificazione sopravvive soltanto una parte.

Ma il disegno complessivo è rimasto leggibile.

Ecco perché l’Oltrepò è ancora oggi una terra di castelli

La risposta alla domanda iniziale, dunque, non è semplicemente: “perché nel Medioevo si costruivano castelli”.

L’Oltrepò Pavese è pieno di castelli perché per secoli è stato un territorio nel quale geografia e politica si sono sovrapposte in modo particolare.

Era una terra di collegamento tra pianura e Appennino. Era attraversato da vie che conducevano verso altre città e verso il versante ligure. Era diviso tra feudi e famiglie. Era conteso da poteri più grandi e costellato da signorie locali.

In un mondo nel quale controllare fisicamente il territorio significava esercitare il potere, quelle colline erano luoghi perfetti per costruire torri, rocche e fortificazioni.

Ed è forse questo il modo più bello per osservare oggi un castello dell’Oltrepò.

Non come un edificio medievale isolato.

Ma come un pezzo di una gigantesca carta geografica costruita in pietra.

Quando da Cigognola, Montalto, Pietra de’ Giorgi, Montesegale o dalle altre alture si guarda la valle sottostante, il panorama è cambiato enormemente rispetto a quello di otto o nove secoli fa.

La ragione per cui il castello si trova proprio lì, invece, è rimasta la stessa.

Basta guardare verso il basso per capirla.